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giovedì 20 febbraio 2020 ore 04:12:56
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Biuso
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Inserito il - 04/08/2005 : 21:05:47  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di Biuso Invia a Biuso un Messaggio Privato  Rispondi Quotando
Sì, lo so che è agosto e che siamo tutti in vacanza ma questo articolo di Mauro Visentin dal titolo I bollini colorati della riforma ha il pregio di essere non solo del tutto condivisibile ma anche molto lieve e gustoso, anche se amaro. Chi frequenta l’Università italiana ha di che meditare…
Il testo originale si trova sul sito www.filosofia.it e precisamente qui:
http://www.filosofia.it/pagine/scuola_f.htm

Dello stesso argomento avevamo parlato lo scorso anno:
http://www.biuso.it/cybersofia/topic.asp?TOPIC_ID=95

=====================================

L'Italia, si sa, è il Paese dei campanili, dei Guelfi e dei Ghibellini, dei riformatori a parole: tutti sono per le riforme, a condizione però che non si facciano. Le riforme, infatti, quando si fanno, scontentano necessariamente coloro che attendono l'avvento del Regno. Di norma scontentano, poi, anche quelli i cui privilegi vengono intaccati. La recente discussione sulla riforma universitaria che introduce il sistema del cosiddetto 3+2 (cioè una laurea di base triennale più una specialistica biennale) ne è una prova significativa. I docenti si sono divisi fra favorevoli alla riforma e contrari. Gli uni (i contrari), invocando a sostegno delle proprie ragioni alcuni sacri principi, gli altri, mostrandosi, per lo più, rassegnati all'ineluttabile. Vorrei brevemente spiegare perché dei difetti - innegabili e purtroppo non fisiologici - della riforma i primi responsabili siano però proprio loro, cioè noi: i professori (con la complice ignavia del Ministero).
Il principio dei crediti e dei debiti formativi (introdotto con la riforma del 3+2) appartiene, come concezione, ad un sistema universitario (quello anglo-americano) in cui gli atenei sono, per lo più, privati e il titolo che rilasciano non ha quello che qui si chiama "valore legale". Tale sistema, calato in una realtà universitaria a base, nonostante tutto, ancora essenzialmente pubblica (nella quale si rilasciano titoli legalmente riconosciuti dallo Stato) richiedeva, sembra quasi banale dirlo, degli accorgimenti che servissero ad adattarlo ad una situazione strutturata assai diversamente. Il primo e più urgente dei quali doveva essere, da parte del legislatore, definire i limiti, molto precisi e contenuti, entro i quali avrebbe dovuto essere esercitata, nell'applicazione della riforma, l'autonomia oggi attribuita a ciascuna università. In altre parole, si trattava di demandare ad un organo centrale (il Ministero) la responsabilità di definire i curricula e l'assegnazione ad ogni disciplina, tenuto conto del suo valore formativo e dell'impegno che il suo studio richiede allo studente, del numero di crediti che il superamento dell'esame avrebbe consentito di acquisire. Chiunque sa bene (e in primo luogo lo sanno gli studenti), che non tutte le discipline hanno lo stesso peso e richiedono lo stesso grado di approfondimento. Ma chi accetterebbe di farsi dire dal collega e vicino di stanza che la propria materia vale meno crediti della sua perché gli studenti impiegano due notti, in un caso, e circa tre mesi, nell'altro, a preparare il relativo esame? Risultato: affidata all'iniziativa autonoma dei singoli atenei, l'incandescente materia della "taratura" in crediti di ciascuna disciplina è stata affrontata e risolta in modo diverso da ateneo ad ateneo (con tanti saluti all'omogeneità dei percorsi formativi), ma dovunque, o quasi, attribuendo burocraticamente, all'interno di ciascuna facoltà, lo stesso numero di crediti (a parità di ore di insegnamento) a tutte le discipline, in modo indifferenziato. Inoltre, visto che nessun professore ha potuto accettare l'esclusione della propria materia da uno qualsiasi dei corsi di studi vecchi e nuovi varati da ogni facoltà, ecco che questi corsi si sono riempiti di materie opzionali (questo, perlomeno, è accaduto là dove era possibile, come, per esempio, nelle facoltà umanistiche; in quelle tecnico-scientifiche, a quanto ne so, si è scelto, invece, di concentrare nei tre anni del corso di base tutti gli insegnamenti prima disposti lungo un arco di quattro o cinque). Tra le materie opzionali, come è ovvio, lo studente sceglierà (dato che i crediti conseguibili sono comunque gli stessi) quella meno impegnativa, scatenando una concorrenza al ribasso (inevitabile se il sistema è pubblico e il titolo, in ogni caso, giuridicamente uguale) intanto fra i singoli docenti e poi fra i diversi atenei. E' a questo punto evidente che a fare le spese di una simile situazione saranno per prime le facoltà - come Lettere - meno professionalizzanti. In proposito, sarebbe bene stabilire alcuni principi elementari (e, si direbbe - ma la cosa, evidentemente, non trova riscontro presso il brain trust del Ministero, che ha ideato la riforma - di comune buon senso). Prima di tutto, che la formula 3+2 ha una giustificazione solo nei casi in cui con una laurea triennale si ottiene un titolo di studio specificamente spendibile sul mercato del lavoro (cioè spendibile in ragione delle competenze acquisite e non per partecipare a qualche concorso pubblico in cui sia richiesto genericamente il conseguimento di un diploma di un certo livello, a prescindere dal settore disciplinare nel quale esso è stato conseguito). In tutti gli altri sarebbe preferibile un unico corso (se di quattro o cinque anni lo lascio decidere alle teste pensanti del Ministero), che prevedesse, magari, la possibilità, per chi lo vuole, di fermarsi al terzo anno, con il conseguimento di un titolo intermedio. La formula attuale, infatti, penalizza le facoltà e i corsi di laurea (che non sono necessariamente solo quelli "umanistici", ma che certo, sono, tra gli altri, una parte non secondaria di quelli che rientrano in questa categoria) nei quali, dopo il terzo anno, non si è acquisita nessuna specifica e riconosciuta professionalità. Proprio questi, d'altra parte, sono i corsi che oggi in Italia (e in un sistema universitario a base essenzialmente pubblica non può che essere così) attirano, per ovvi motivi, meno studenti. Una riforma come l'attuale, che preveda una perfetta separazione dei corsi triennali da quelli biennali, indicando parametri diversi per
l'istituzione degli uni e degli altri, può comportare (e questo è quello che, di fatto, sta accadendo in molti atenei per quanto riguarda il corso di laurea in filosofia) che una facoltà sia in grado, magari, di istituire solo un triennale, con conseguenze, vista la sostanziale inutilità di un simile corso - il cui unico scopo dovrebbe essere quello di consentire l'accesso al corso superiore, "specialistico" - che si possono facilmente intuire per ciò che riguarda l'impulso alle immatricolazioni. Vorrei, come ultima cosa, sottolineare l'incongruenza per la quale, nel momento in cui, a torto o a ragione, si va diffondendo il convincimento che la riforma (le cui tabelle indicano solo aree disciplinari e non discipline) condurrà prima o poi al superamento della titolarità degli insegnamenti, si stabiliscono parametri che indicano nel numero dei professori e ricercatori in ruolo presso una certa sede e non in quello degli insegnamenti attivati il criterio dal quale far dipendere la finanziabilità e dunque l'attivabilità di un corso. Cosa strana, tanto più che il parallelo (ma più volte incagliatosi, ed ora, forse, definitivamente arenato) disegno di legge relativo al riassetto della docenza universitaria, sembrerebbe prevedere (in tutte le sue versioni) un congruo aumento delle ore che ciascun docente dovrebbe riservare alla cosiddetta "didattica frontale" (lezioni, seminari, esercitazioni) e quindi l'assunzione da parte sua di almeno due insegnamenti diversi. Mi fermo qui, per non entrare in una discussione dal profilo troppo "tecnico", limitandomi ad osservare che l'unico merito riconoscibile, nella situazione presente, al conferimento, di cui si vocifera, di bollini colorati ai diversi corsi di laurea, a seconda che rispettino o meno i criteri ministeriali di cui sopra, sembra essere quello di sottolineare e, se possibile accentuare, la somiglianza degli atenei italiani con gli esotici frutti (e le relative repubbliche) dei quali sono in genere golosi consumatori i membri delle famiglie meno evolute dell'ordine zoologico dei primati.


agb
Sono figlio della Terra e del Cielo stellato
(Lamina orfica di Hipponion)

Biuso
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Inserito il - 28/05/2007 : 13:09:06  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di Biuso Invia a Biuso un Messaggio Privato  Rispondi Quotando
Su girodivite.it ho riportato alcuni brani di una interessante intervista a Luciano Canfora a proposito del famigerato 3 più 2 universitario e ho aggiunto delle notizie in anteprima su ipotesi ancora più distruttive della Scuola e dell'Università.
Il titolo è: Università e Scuola: il colpo di grazia.



agb
«Per realitatem et perfectionem idem intelligo» (Spinoza, Ethica, parte seconda, VI definizione)
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Biuso
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Inserito il - 20/06/2007 : 15:28:16  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di Biuso Invia a Biuso un Messaggio Privato  Rispondi Quotando
Invito a meditare una breve ma lucidissima lettera inviata a Repubblica da Piero Marietti, pro-Rettore dell'Ateneo della Sapienza:

====================

Da Repubblica del 19 giugno 2007:

"Caro Berlinguer ammetti: il 3+2 e' stato un disastro

Piero Marietti
pro-Rettore La Sapienza, Roma

CARO Luigi Berlinguer,
compagno di tante battaglie, ti chiedo con rispetto ma con fermezza di rassegnarti: la riforma del 3+2 che porta il tuo nome e i susseguenti interventi legislativi a diverso livello (anche del Ministro Moratti) sono stati un disastro per l'universita' italiana.

Serviva un titolo intermedio? Per molte facolta' sì, ma le università erano capacissime di progettarlo (e magari di sbagliare) da sole, non serviva loro la minuteria ossessiva delle disposizioni ministeriali.
Si doveva porre rimedio ad alcune eccessive lunghezze dei corsi?
Certamente: ma non semplificando i percorsi tanto da intaccare il livello di formazione dei giovani.
Si doveva porre rimedio alla pletora dei fuoricorso? Certamente, ma dando alle Università i mezzi per assistere più da vicino gli studenti.
Si doveva sanzionare chi intende l'università come una sine cura aggiunta alla sua professione e alla sua vita? Ebbene, oggi quello sta una meraviglia dentro i crediti e le stoltezze di 30 esami in tre anni al posto dei 25 in cinque anni. Oppure "incardinato", con lo stesso stipendio, in università paesane o telematiche (sic!) che chiedono la presenza di un paio di giorni la settimana, quando nemmeno quello.

Chi ha scritto Una Ikea di Università oppure Tre + due uguale zero sono dei baroni reazionari e attaccati a privilegi? E Citati e io stesso siamo tutti sciocchi nostalgici dei tempi andati? Chi lancia grida di dolore è chi si impegnava e cerca ancora di impegnarsi.

Paradossalmente, caro Luigi, un ancora possibile salvataggio dell'università è impedito oggi dalla tua persistente difesa di una mezza sconfitta: se tu ti ostini, cosa possono dire e fare i vari Fassino, D'Alema, Veltroni senza contraddirti?

Quindi, per favore, ammetti che Citati abbia ragione e farai una cosa che libererà risorse ideali, politiche e umane.
Con affetto e stima."
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agb
«Per realitatem et perfectionem idem intelligo» (Spinoza, Ethica, parte seconda, VI definizione)
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Biuso
Amministratore

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Inserito il - 31/07/2007 : 16:15:06  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di Biuso Invia a Biuso un Messaggio Privato  Rispondi Quotando
Consiglio di procurarsi in edicola il numero 30 (27.7.07) del settimanale Centonove. Vi si può leggere un’ampia inchiesta sui concorsi universitari truccati che hanno coinvolto le più importanti cariche dell’Ateneo di Messina.
Una situazione tanto sconcertante quanto significativa…



agb
«Nella vita degli uomini, la lingua e non l'azione governa in ogni cosa» (Sofocle, Filottete, 99)
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Biuso
Amministratore

Città: Catania/Milano


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Inserito il - 06/10/2007 : 22:58:55  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di Biuso Invia a Biuso un Messaggio Privato  Rispondi Quotando
Sulla rivista LucidaMente leggo un vivace e assolutamente realistico articolo di Etrio Fidora sullo sfascio degli Atenei italiani, il cui sommario recita «Un’analisi delle riforme passate, dello stato di decadenza attuale, della necessità di un’inversione di rotta prima che sia troppo tardi»

Ne consiglio la lettura e mi piacerebbe leggere l’opinione di qualche studente, non solo sull’articolo ma proprio sullo stato dell’Università…


agb
«Io, che in me sento sì esteso sentimento, vo' bene a tutte quante...
ch'io son, per mia disgrazia, uom di buon cuore»
(Don Juan Tenorio)
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Cateno
2° Livello

Città: Regalbuto


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Inserito il - 09/10/2007 : 16:24:06  Mostra Profilo Invia a Cateno un Messaggio Privato  Rispondi Quotando
Beh, ormai sono uno studente veterano. Negli ultimi cinque anni ho vissuto appieno sulla mia pelle i frutti della riforma universitaria.
E devo dire che mi rimane dietro una grande sensazione di vuoto, di incompletezza o, per meglio dire, di insufficienza. Certo, ovviamente bisogno fare una distinzione: un aspetto è la capacità del singolo docente; altro, invece, è la struttura universitaria in quanto tale. Infatti, un insegnante rimane capace e ottimo (se lo è) anche in contesto pessimo; e tuttavia anch'egli, dall'idea che me ne son fatto, risente della struttura in cui deve operare. Non sono il più indicato a dire ciò, ma pur avendo incontrato anche ottimi docenti mi pare oltremodo significativo che lungo questi anni non ho mai trovato tra i programmi dei miei piani di studi né la Metafisica di Aristotele, né la Critica della ragion pura, né la Fenomenologia dello Spirito. E chi studia filosofia è a dir poco sotto la sufficienza se non ha letto questo tre opere.
Ma avendo a disposizione solo 7 cfu (convertibili nella nostra facoltà in 700 pagine) per una materia, mi chiedo, come si può inserire, per esempio, un manuale ed un libro tra quelli citati; se non forse inserendone solo alcune parti.
In ogni caso, questa è una situazione particolare, ma che forse rispecchia un problema generale tante volte ripetuto, ossia la frammentazione.
Fino ad ora ho sostenuto esami per circa 38 discipline; che sono più di 38 esami, perché alcune erano spezzettate in prove in itinere. Il sapere non è solo il fondamentale accumulo di nozioni, ma anche la possibilità di rifletterle, di meditarle, di farle proprie assaporandole, collegandole, incidendole in profondità.
Invece siamo costretti a studiare a singhiozzo, vomitando parole non metabolizzate che saranno scordata per lasciare posto alle parole per gli altri esami di poco successivi.
Le acrobazie creditizie (per cui si calcolano ragioneristicamente e sconclusionatamente i crediti liberi) sono vere; ma purtroppo viviamo nel dominio dei numeri: cosicché abbiamo la fobia delle "troppe pagine". Anche queste devono essere calcolate ed arginate. Ed io ed i miei colleghi non sappiamo cosa voglia mai dire studiare per il puro piacere di apprendere, senza pensare a calcolare le pagine od i crediti. E' la vittoria dell'economia.
Che dire poi dei "quiz"? Per fortuna ne ho incontrati ben pochi, ma ricordo un delizioso aneddoto: una professoressa di psicologia fece tutto un corso sulla creatività; quindi annunciò una prova in itinere e coi miei colleghi scoprimmi che consisteva in domandine e risposte con le crocette: un "quiz"! Alla faccia della creatività!
Ma è la stessa percezione delle cose che è mutata. Per esempio, mi sono accorto che quasi quasi i ragazzi usciti dalle scuole superiori pensano che un "ignorante" è un loro coetano che non si iscrive all'università. Beh... Io invece dico che forse l'Italia è il Paese con il più alto tasso di laureati analfabeti!
Tempo fa circolava un voltantino nella nostra facoltà che invitata a manifestare e lottare per una università "di massa e di qualità". Niente meno che un'antitesi.
Ma, a parte questo, può l'università essere di massa? Si parlava, nell'articolo, di numero chiuso. Io credo che non ci sarebbe neanche bisogno (anche perché sappiamo cosa succede da noi coi numeri chiusi: la raccomandazione!); basta solo che l'insegnamento, i programmi, la valutazione acquistino serietà e difficoltà. La selezione dovrebbe avvenire all'interno delle stesse facoltà.
Resta il fatto che spesso mi capita di pensera: se non ci fosse stata la riforma, probabilmente avrei già terminato. Forse è un ragionamento sbagliato, eppure mi sento con qualcosa in meno, con tempo in meno, con preparazione in meno, con voglia in meno (dopo averne sostenuti una quarantina, sono stanco di fare esami... sempre le stesse cose... non ho più manco quel pizzico di ansia che mi stimolava), con le stesse materie della triennale, con lezioni a volte assieme a quelli della triennale... Ma allora che mi sto specializzando a fare? Perché mi stanno facendo fare questi anni in più? Perché dovrei fare una tesina ed una tesona? (per fortuna alla triennale mi sono scelto un certo prof che ha preteso più della quarantina di paginette!) Perché, comunque, non dovrei farne solo una alla fine? Qual è il senso?
Ma che dovremmo fare io ed i miei colleghi? Non abbiamo più manco la premura di studiare bene e presto. L'università non ci stimola; il dopo università ci terrorizza... Si laureano ormai quasi tutti, appena usciti dall'università abbiamo la preoccupazione che saremo tutti uguali, tutti con un inutile pezzo di carta. Vabbbè... La riforma ha sortito il suo effetto: ci ha parcheggiati.
Personalmente ho voglia di fare tanto; ma potrei mai biasimare chi questa voglia la perde nell'arco di 3+2 anni?
Mah... Chissà se arriverà mai una controriforma!

Finché non lo fai tuo,/ questo "muori e diventa",/ non sei che uno straniero ottenebrato/ sopra la terra scura. (J. W. Goethe)
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giofilo
2° Livello



Regione: Jamaica
Città: Catania


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Inserito il - 09/10/2007 : 19:13:49  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di giofilo Invia a giofilo un Messaggio Privato  Rispondi Quotando
Sono d'accordo con tutto ciò che ha scritto Fidora: dove devo firmare?

Quoto anche Cateno sulla idiozia dell' "università di massa" (incredibile!).

Su alcuni punti avevo già scritto qualcosa su Megaron, soprattutto sul numero chiuso ed un semplice test d'ingresso (che ritengo necessario). E' vero che, come richiedono molti studenti, possono esserci metodi più "democratici", come ad esempio le materie propedeutiche, ma la "propedeutica" è né più né meno ciò che dovrebbe fornire il Liceo o l'Istituto di provenienza. Spero che con il ritorno di norme più rigide nelle scuole superiori, saranno presi provvedimenti anche all'Università.

Una cosa che non dice Fidora (almeno non apertamente, mi sembra) è che agli Atenei ed ai docenti di ruolo (fatte le dovute eccezioni) sembra essere congeniale l'ultima riforma universitaria. Quando tutto il mondo non fa altro che parlare (fino allo sfinimento) di "formazione continua", i docenti italiani si prestano bene ad una "formazione discontinua", nella quale il loro impegno nei confronti dei futuri laureati è minimo e, di conseguenza, anche la loro responsabilità.

Rischia di formarsi un circolo vizioso: 1)l'anziano docente di oggi si lava le mani del suo compito e della sua professione; 2) I giovani laureati di oggi andranno presto ad insegnare nelle scuole superiori ed alle università; 3) Nuove generazioni ignoranti (ma diplomate e laurate!) si formeranno ad libitum. Se non vi sarà una Controriforma, presto il circolo vizioso sarà ua realtà.

__________

- & -
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Biuso
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Città: Catania/Milano


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Inserito il - 10/11/2007 : 19:11:17  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di Biuso Invia a Biuso un Messaggio Privato  Rispondi Quotando
Sull’edizione bolognese di Repubblica dell'8 novembre leggo queste parole di Fabio Mussi e debbo dire che raramente mi sono trovato così concorde con un Ministro dell’Università e della Ricerca:

«La verità è che, senza l´azione del governo, qualità e merito non avrebbero naturale cittadinanza nell´università. Veda: sono un uomo di una qualche ostinazione e di parecchia passione. Ma a volte mi viene il pensiero (che non condivido) che, con l´occuparsi di professori universitari, siano virtù sprecate».


agb
«È il possesso culturale del mondo che dà la felicità»
(Pasolini)
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Ophelia
Nuovo Utente




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Inserito il - 11/11/2007 : 15:58:29  Mostra Profilo Invia a Ophelia un Messaggio Privato  Rispondi Quotando
Manca tutto, davvero tutto.
Ma purtroppo alcuni credevano che l'Università fosse per tutti....ed eccoci qua!! L'Università, ora lo so più di prima, non è per tutti assolutamente. E per fare spazio a quei TUTTI che anelano solo al pezzo di carta oggi i pochi che ne hanno davvero merito e bisogno si trovano penalizzati, demoralizzati e, diciamocelo, anche più ignoranti e impreparati, preoccupati per il futuro e privi di mezzi per farvi fronte..L'Università è il gradino sommo della formazione in un Paese Democratico ma in Italia questo è stato interpretato come sempre al contrario!!! Fino a prova contraria sono i TUTTI che si devono spaccare la schiena per essere all'altezza della Formazione universitaria, non l'istituzione universitaria che deve prostituirsi e snaturarsi in nome della(cosiddetta)democratizzazione della formazione..siamo in un eterno corso zero che accoglie tutti, tanto si parte da Zero!!!Ma scusate...allora che formazione è??? Quali sono le sfide intellettuali che mi pone la minestra riscaldata di un percorso per lo più noto e privo di stimoli??
Ma capisco che ciò che sembra scontato a me risulti forse ostico al Ministero preposto(che si dovrebbe occupare di pianificare la mia formazione).La mia chiosa è con Rudyard Kipling: "Se hai trovato un percorso senza ostacoli è probabile che non conduca a nulla".

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Biuso
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Inserito il - 27/11/2007 : 20:22:14  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di Biuso Invia a Biuso un Messaggio Privato  Rispondi Quotando
Pubblico qui, con la sua autorizzazione, parte di una lettera che mi ha inviato un amico il cui prestigio scientifico è dimostrato da centinaia di pubblicazioni ma che non ha ancora una cattedra sicura.
Credo che possa documentare più di altre testimonianze quale sia il vero problema dell'Università italiana.
Spero anche che possa aiutare i giovani lettori e amici di questo forum a capire la realtà accademica e ad affrontarla quindi con maggiore consapevolezza, senza comunque scoraggiarsi o rinunciare. Mai.

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Il convegno è, per fortuna, andato bene e c'è stata una notevole partecipazione di studiosi, almeno per gli standard di queste iniziative. In simili occasioni il carattere paradossale della mia condizione accademica emerge con maggiore evidenza.
Si è giunti sino alla celebrazione retorica del mio lavoro, legandolo alla tradizione *** e al suo rinnovamento storiografico. Addirittura mi sono visto proiettati i miei volumi in alcune presentazioni in power point e sono stato menzionato come autorità a sostegno di scelte fatte da altri studiosi in campo ***.

Il tutto, però, come ben sai, non ha alcuna influenza sul piano accademico, dove uno di quei giovani che mi si avvicinano con deferenza come a un'autorità del campo di studio che coltivo potrebbe senza problemi essermi preferito in un concorso qualsiasi.
Come sai per esperienza diretta, tutto questo non può che far crescere ulteriormente il nostro senso di disgusto e il nostro sdegno.

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agb
«Piante e bestie recano i segni della salvezza come l'uomo quelli della perdizione»
(Cioran)
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Biuso
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Inserito il - 03/01/2008 : 10:36:27  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di Biuso Invia a Biuso un Messaggio Privato  Rispondi Quotando
Dal Corriere della Sera del 31 dicembre 2007

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"Caserta. I fondi ripristinati con l'ultima Finanziaria. In passato insegno' anche il consulente della Mitrokhin Scaramella

PIOGGIA DI MILIONI ALLA FACOLTA' SENZA STUDENTI
di Antonio Castaldo

Alla "Jean Monnet" 50 docenti per 198 allievi. Tra cui alcuni figli di politici locali.

CASERTA - La Finanziaria ha tagliato 90 milioni di euro destinati all'universita'. Eppure, in piena carestia, tra atenei vicini al tracollo e centri di ricerca fermi al palo, c'e' una piccola facolta' che continua ad attrarre finanziamenti, nominare docenti e sfornare corsi universitari.

E' la scuola d'alta formazione europea "Jean Monnet" di Caserta, una diramazione della Seconda Universita' di Napoli specializzata in diritto comunitario e molto altro ancora. La manovra appena approvata le ha restituito nella sua interezza un finanziamento di 1,5 milioni di euro all'anno per tre anni. Il fondo, stanziato nel 2005 quando la scuola e' stata elevata al rango di facolta' di Studi Politici, suscito' fin dal primo momento feroci polemiche. L'anno successivo venne quindi ridotto a 500 mila euro. Ora, grazie all'emendamento proposto dal senatore Manzione dell'Unione democratica, e' tornato all'importo originario: 4,5 milioni spalmati nel triennio. La "Jean Monnet" puo' cosi' tornare serenamente a fare ricerca, dispensare sapere, e soprattutto bandire nuovi concorsi. Pratica che sembra riuscirle molto bene.

Nel palazzo borbonico elegante sede della facolta', insegnano tre figli di importanti politici locali, dieci familiari di altrettanti baroni accademici e svariati esponenti dell'alta borghesia campana. Ovviamente, si tratta di ricercatori e docenti che hanno ottenuto la cattedra nel pieno rispetto della legge. Maddalena Zinzi, ad esempio, figlia del deputato Udc Domenico, ha vinto un concorso ed ora e' ricercatrice di diritto pubblico comparato. Allo stesso modo Tommaso Ventre, primogenito dell'eurodeputato di Forza Italia Riccardo, insegna diritto tributario. Mentre Carmine Petteruti, che invece e' figlio del sindaco di Caserta Nicodemo, centrosinistra, si deve accontentare di una collaborazione in attesa di diventare a sua volta ricercatore. Stando ai dati forniti dal sito dello stesso ateneo, i posti banditi in meno di un biennio sono in totale 32. Con i 50 docenti gia' di ruolo, salvo errori burocratici e cambi in corsa, l'organico della facolta' e' destinato cosi' a raggiungere quota 82, senza contare i docenti a contratto e i tutor, tra i quali fino a qualche tempo fa figurava anche Mario Scaramella, l'ex consulente della commissione Mitrokhin, prima contaminato dal polonio e poi arrestato per traffico d'armi nel novembre dello scorso anno.

Una folla di cattedratici e ricercatori che rischia pero' di restare senza allievi a cui trasmettere la propria scienza. Stando ai dati per l'anno 2006-2007, gli iscritti sono 198, un'ottantina dei quali seguono le lezioni di "Cooperazione internazionale" nel piccolo comune di Torraca, nel Salernitano, cofinanziate per 50 mila euro dalla Regione. Nella sede principale, invece, si insegna un po' di tutto, dal disegno architettonico alla lingua araba, dalla statistica all'informatica. Un'offerta formativa da Enciclopedia Treccani, che non ha prodotto pero' l'atteso boom di matricole. "La nostra facolta' sta crescendo - spiega il preside Gianmaria Piccinelli -, ma siamo nati solo nel maggio 2005. Abbiamo bisogno di tempo e a questi ritmi ci metteremo presto in linea con gli standard nazionali ". Tuttavia, al momento, per ogni professore ci sono appena 4 allievi. Un record, soprattutto se paragonato ai numeri oceanici di un'altra facolta' dello stesso ateneo, Psicologia, dove gli studenti sono 5037 e i docenti, invece, solo 30. Il rapporto in questo caso e' di 170 a uno. Eppure qui non si lamentano. "Che cosa vuole - commenta ironica la preside Elida Labella -. Ci sono nascite nobili e nascite proletarie. Ognuno deve fare i conti con le proprie origini".

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agb
«Filosofia è il sapere inutile e tuttavia sovrano»
(Heidegger)
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